domenica 17 luglio 2011

La comprensione degli aiuti

Quando termino il lavoro quotidiano con il mio cavallo, lui esce dal campo rilassato, perché ha una buona condizione fisica, perché ha lavorato decontratto, perché si è impegnato fisicamente ma soprattutto mentalmente. Non dico che sia fresco come una rosa come quando ha cominciato (dipende anche da quello che faccio) ma certamente l'aria è quella di chi ha passato una mezz'ora o un'ora piacevolmente.
Questo capita anche ai miei allievi, ovvero ai loro cavalli, almeno alla maggior parte.

Chi vede questi cavalli dopo il lavoro pensa che, obiettivamente, quello che fanno non può essere così impegnativo, e comunque si tratta di cose fatte all'acqua di rose, giusto per passare il tempo. L'aria rilassata non si addice a un cavallo che ha dato il meglio di sè e si è impegnato a fondo nel lavoro, che sia in piano o sui salti, è questa l'idea di fondo. Eppure morfologicamente questi cavalli diventano, anno dopo anno, sempre più belli. E, fortunatamente, sempre più bravi.
In effetti l'equitazione moderna, sportiva in particolare, richiede un lavoro muscolare basato su un notevole chilometraggio ad andature sostenute, per potere fiaccare le resistenze del cavallo, poter avere un certo controllo, e anche una collaborazione che spesso all'inizio non c'è finché il cavallo è fresco fisicamente. Insomma l'idea è che comunque se, alla fine del lavoro, il cavallo schiuma, ansima, ha gli occhi fuori delle orbite e le narici dilatate, significa che il lavoro stesso ha dato i suoi frutti... o dovrà darli.

Molti miei colleghi istruttori (e i loro allievi) sono in effetti convinti che quello che faccio e faccio fare ai miei allievi in un certo senso non sia vera equitazione, perché non si notano nei nostri cavalli questo tipo di sforzi, di contrazioni fisiche muscolari (considerate da loro positive), di vera e propria ansia nell'espressione.

Si è completamente perso di vista il fatto che l'equitazione è una successione di elementi da apprendere da parte del cavallo, cominciando dal linguaggio degli aiuti, cioé il significato della mano (cessione della mascella, mezza fermata, azione-reazione, ecc.), e quello delle gambe (con l'aiuto della frusta, risposta in avanti immediata alla loro pressione leggera). Prime lettere dell'alfabeto che danno luogo a elementi più complessi, come la parola (transizioni semplici, lavoro su due piste) e la frase (cambi di galoppo, transizioni complesse, riunione). Niente di muscolare, di fisicamente probante, con ripetizioni ossessive di esercizi e trottate e galoppate estenuanti. Solo una comprensione chiara di quello che gli si chiede, perfezionando la comunicazione attraverso un linguaggio il più possibile "equino".

Per esempio, se il mio cavallo non flette l'incollatura a destra ed io mi metto a trottare nel circolo a mano destra mezz'ora o più, con la gamba destra alla cinghia che spinge e la mano destra bassa e fissa che "resiste", faccio un lavoro di ripetizioni ossessive di circoli, di estenuante pseudo-ginnastica, di endurance da maneggio, il tutto per portare il "malvolenteroso" cavallo a concedere questa maledetta flessione dell'incollatura tanto agognata.
Ma se io, con lo stesso cavallo, agisco sulla sua bocca dal basso verso l'alto con la redine interna (per non agire da avanti a indietro sulla lingua, organo sensibile che, se schiacciato, genera dolore), e faccio questo prima da fermo, poi al passo e poi al trotto (magari avendogli spiegato il significato della mano da terra), senza usare assolutamente la gamba interna (che per il cavallo non ha significato finché non gliene si dà uno), arrivo a ottenere un risultato migliore senza sprecare energie fisiche e nervose, senza fare trentamila circoli al trotto, senza aver bisogno di chiudibocca, redini di ritorno e quant'altro.

Non è l'esercizio (circolo a mano destra al trotto di lavoro, come in questo caso) che porta il cavallo a dare la flessione a destra, ma è la comprensione della mano del cavaliere che lo porta docilmente e senza sforzo, oltre che senza battaglie, a questo.

Si dimentica che il cavallo ha un cervello, e apprende allo stesso modo di un bambino che a scuola dispone un/una maestro/a paziente che spiega, corregge, ricompensa, andando dal facile al difficile, dal semplice al complicato. L'idea generale invece è che il cavallo debba fare questo, debba fare quello ("il cavallo DEVE", quante volte si sente questo), non importa come, basta che lo faccia. L'insegnamento generalmente viene portato avanti come se al bambino di cui sopra gli si insegnasse l'alfabeto e le prime parole a suon di bacchettate sulla schiena, legandolo alla sedia e imbavagliandolo.

Tutto ciò è anche il risultato di un'equitazione che vede nella competizione la sua massima espressione (di per sè non una cosa negativa), là dove la competizione stessa, nel corso di almeno un secolo, ha portato progressivamente i cavalieri alla logica del fine che giustifica i mezzi, non importa quali essi siano. Inoltre ha creato una subcultura che richiede meno conoscenza dei metodi più logici e naturali per addestrare un cavallo che ci hanno tramandato i grandi uomini di cavalli del passato, e invece una conoscenza sempre più approfondita delle imboccature e delle redini ausiliarie di tutti i tipi, dei prodotti  farmacologici, e dei trucchi più scellerati per obbligare i cavalli a fare qualcosa che ormai loro non vogliono più fare.

venerdì 15 aprile 2011

Il segno dei tempi

Un concorso ippico, un percorso di salto ostacoli, il cavallo che prende la mano, l’amazzone che cerca disperatamente di controllarlo, lui che parte un tempo prima, lei appesa, lui che cade dentro un largo, lei espulsa con veemenza dalla sella, entrambi a terra, barriere e pilieri da tutte le parti, lei si rialza, lui no. Il cavallo ha battuto la testa e ha rotto l’osso del collo. Il cavallo è morto.

Una scena inconsueta ma non per questo priva di gravità, una scena terribile raccontata dalla penna di Umberto Martuscelli, da un articolo su “Cavallo Sport”(Febbraio 2011). Che continua così:

“…saltare un ostacolo può essere pericoloso. Per il cavaliere, per il cavallo.
Con una differenza, però: il cavallo non sceglie di saltare, lui lo fa perché noi lo induciamo a farlo. Ecco perché nei suoi confronti il rispetto di tutti noi esseri umani deve essere centuplicato: vedere un cavallo a terra morto perché un salto o un insieme di salti non sono stati affrontati nel modo giusto (giusto per il cavallo e giusto anche per il cavaliere, s’intende: che la scena sopra descritta per un nulla non è terminata con una doppia tragedia… ) è un atto di accusa che si ritorce contro di noi con una violenza perfino superiore a quella che ha spaccato il collo di quel povero animale.
Contro di noi e contro la nostra fretta, contro la nostra smania di accelerare tutto, di far fare cose a chi non è in grado di farle, contro la follia di un sistema che vuole alterare qualunque naturale equilibrio in nome del dio denaro e contro tutti quelli che questo sistema fanno vivere senza scrupoli o forse solo senza coscienza, senza competenza, senza intelligenza, istruttori che non sanno insegnare, genitori che non sanno educare, dirigenti che non sanno dirigere, ragazzi che non sanno pensare, contro tutto questo si è scagliata la violenza della morte di quel povero cavallo: lui a terra, morto, immobile, la sua vita finita e noi qui, a scrivere per raccontare la sua morte.
Una cosa deve essere chiara: montare bene non è facile, ma montare bene è la prima forma di rispetto nei confronti del cavallo e anche la prima forma di autotutela nei confronti di spiacevoli incidenti.
Non tutti possono montare bene: ma tutti dovrebbero essere in grado di capire se una certa cosa si è in grado di farla oppure no. O al più essere affiancati da qualcuno che sia in grado di capirlo. Ma di capirlo veramente.”

Già, montare bene. A questo proposito ancora un estratto da un altro suo articolo che potrebbe essere la continuazione naturale di questo (Cavallo Sport, 2010):

“…oggi un allievo non finisce la prima ora di lezione alla corda che già gli si compra la giacca da gara… Il drammatico equivoco di fondo oggi è questo. Oggi si intende moderno e al passo con i tempi parlare di cose senza considerarne le premesse. In sostanza: è del tutto inutile preoccuparsi di linee, distanze, imboccature, redini e controredini se il mio allievo non sta in sella.
E’ più importante il numero di passi all’interno di una dirittura o la giusta inforcatura? E’ più importante scegliere l’imboccatura o saperla usare? Dobbiamo ammetterlo: oggi in Italia i ragazzi montano mediamente male. A livello proprio di base, a livello elementare.
Ma siccome il mercato impone le sue regole – i centri devono aumentare il numero di patentati, i concorsi il numero degli iscritti, i commercianti quello dei cavalli venduti, i trainer privati quello dei cosiddetti clienti, e via discorrendo – ecco allora che bisogna accelerare.
Accelerare tutto: un ragazzo va in concorso prima ancora di capire cosa è l’equitazione, compra un cavallo prima ancora di capire quanto costa, passa al livello superiore prima ancora di aver vinto qualcosa a quello inferiore, diventa a sua volta istruttore prima ancora di aver imparato qualcosa…
Questa è la realtà. E l’effetto purtroppo è sotto gli occhi di tutti. Parlare del giusto assetto e del tallone basso e della corretta inforcatura non vuol dire essere vecchi e antiquati e polverosi e rimbambiti: vuol dire al contrario parlare di qualcosa che serve per montare meglio e – quindi – per ottenere migliori risultati.
Tecnica non vuol solo dire “ho fatto sei tempi invece di sette”: vuol dire prima di tutto essersi impadroniti degli strumenti giusti. Ma prima quello che viene prima, e dopo quello che viene dopo…”

E’ bello che queste parole vengano da un profondo conoscitore degli sport equestri e del salto ostacoli nazionale e internazionale come Umberto Martuscelli, giornalista di dichiarata fama, speaker ufficiale dei più grandi eventi equestri che si svolgono in Italia.
E’ bello perché si tratta di qualcuno che vive dentro alle problematiche di questo sport, che vive delle cose di questo sport, ma è qualcuno che si mette una mano sulla coscienza e pensa seriamente a quanto di malato c’è in questo “sistema”,con le sue regole, i suoi tempi, le sue logiche, che non sono per niente le regole, i tempi, le logiche dei cavalli e della qualità dell’insegnamento e dell’addestramento.

Perché non si sa più quali sono i tempi giusti di lavoro, per il cavallo e per il cavaliere, quali sono le regole naturali che governano i comportamenti dei cavalli, quali sono le logiche in una progressione di lavoro dove si dovrebbe andare dal facile al difficile, dal semplice al complicato. In un mondo dove l’ignoranza (l’arte di ignorare le cose) la fa da padrona, un mondo fatto di “ istruttori che non sanno insegnare, genitori che non sanno educare, dirigenti che non sanno dirigere, ragazzi che non sanno pensare”.Un mondo che è un po’ lo specchio dei tempi in cui viviamo.

Perché “montare bene non è facile, ma montare bene è la prima forma di rispetto nei confronti del cavallo”,là dove la parola rispetto è sulla bocca di tutti, anche di quei pseudo-professionisti che non fanno un minimo sforzo per migliorare le proprie competenze.

Questo è un sistema che crea gente “senza coscienza, senza competenza, senza intelligenza”, un sistema dove i cavalli sono i primattori e al tempo stesso le vittime innocenti e inconsapevoli.

lunedì 1 novembre 2010

Au revoir, Monsieur Karl

Era il giugno del 1999, a casa del dott. Mazzoleni (oggi e anche allora Presidente della Siaec) ebbi l’onore di incontrare un ex ecuyer del Cadre Noir della scuola di Saumur, diventato famoso negli anni appena trascorsi soprattutto per le gesta del suo stallone lusitano Odin: Monsieur Philippe Karl. Un personaggio che al primo impatto non mi destò particolare simpatia, capiva l’italiano ma non sembrava minimamente che si sforzasse di parlarlo. Mi ricordo questo particolare perché ne ero quasi infastidito, in realtà egli aveva ancora difficoltà a esprimersi correttamente. In ogni caso, da modesto istruttore di salto ostacoli, aspirante cavaliere di lavoro in piano, affamato di sapere, cultura equestre, nozioni, e tutto quanto poteva farmi crescere, sono riuscito in qualche modo a interagire con lui e a scambiare due parole. Mi pare che in quel frangente l’argomento verteva su Caprilli e l’eredità dei suoi insegnamenti.


Il giorno dopo assistetti per la prima volta alle sue lezioni. Dopo una prima fase di smarrimento in cui capivo poco o nulla di quello che succedeva in campo, mi resi quasi subito conto che il lavoro che proponeva ai suoi allievi non aveva niente in comune con quello che avevo visto fino a quel momento. Soprattutto un particolare mi saltò all’occhio: i cavalli degli allievi, montati da lui, cambiavano immediatamente in meglio, nel giro di pochi minuti, atteggiamento e andature, e alla fine della lezione anche con i propri cavalieri gli stessi cavalli non erano nemmeno parenti lontani di quelli che si vedevano all’inizio. Evidentemente il lavoro funzionava!

Dal punto di vista tecnico, spiccava questo strano uso della mano alta per chiedere la flessione laterale. Un aspetto del lavoro per me particolarmente ostico, riuscire ad arrotondare l’incollatura del cavallo, senza incappucciarlo e senza trovarmi quasi sempre con atteggiamenti di difesa o di contrarietà, vedeva in questo particolare tecnico una via d’uscita. Finalmente! Ho pensato subito che, a dispetto del personaggio, non un campione di cordialità ( si trattava di timidezza, strano ma vero) e nemmeno un tipo particolarmente coinvolgente, valeva la pena seguirlo e imparare più cose possibili da lui.

“Il maestro arriva quando l’allievo è pronto” dice un proverbio buddista, ed io ero pronto al cento per cento per lanciarmi nell’avventura della Leggerezza, che in quella calda giornata di inizio estate nella periferia di Milano mi si presentò come una visione.

Sono passati 11 anni da allora, e ne sono più di venti che Philippe Karl frequenta l’Italia, tenendo lezioni e stage. Ha passato molto tempo da noi, riscuotendo interesse e attenzione da parte di centinaia di appassionati, cavalieri, istruttori dalle estrazioni più diverse. Ma alla fine di tutti questi anni, coloro che veramente seguono i suoi insegnamenti sono relativamente pochi. All’estero, nei paesi dalla cultura equestre superiore alla nostra, come la Germania o la Svizzera, esistono schiere di istruttori e di cavalieri che adottano la sua filosofia e montano con le sue indicazioni tecniche. Per intenderci, in Germania si contano 21 istruttori diplomati della Scuola della Leggerezza, contro i tre dell’Italia, mentre la Svizzera, molto più piccola, ne ha cinque.

Forse proprio per questo, e a causa del crescente interesse nei paesi anglosassoni per la sua Scuola (il prossimo anno inizieranno nuovi corsi della SdL in Inghilterra e in Canada), Karl ha riorganizzato i suoi impegni e ha deciso di chiudere con quest’anno la sua presenza nel nostro paese, affidando a uno dei suoi allievi Istruttori, Bertrand Ravoux, l’onore e l’onere di tenere i Corsi della sua Scuola in Italia.

Una grave perdita per chi conosce Karl e apprezza il suo straordinario lavoro e i suoi fantastici metodi di insegnamento che hanno rivoluzionato e stanno rivoluzionando a livello globale il modo attuale di concepire l’equitazione, riportandola ai fasti dei grandi Maestri del passato, dei quali Karl si può considerare un degno successore e a sua volta il più grande esponente a cavallo del secondo e terzo millennio.

Ma probabilmente gli italiani non lo meritano, ed è lo stesso Karl che mi ha dato conferma di questa impressione, l’ultima volta che ho avuto modo di parlare con lui, poco più di una settimana fa.

Non lo meritiamo, e così lo perdiamo. Au revoir, Monsieur Karl.

sabato 25 settembre 2010

Il club delle mani alte

Molta gente è convinta che la Scuola della Leggerezza si identifichi nell’uso delle mani alte, come se questa fosse l’unica cosa che la differenzi dall’equitazione tradizionale, moderna, attuale. Molti sono anche convinti che il cavaliere della SdL passi il suo tempo in sella a tenere le mani alte sventolandole da tutte le parti.


Vediamo le differenze, in merito agli aspetti tecnici più evidenti e significativi, che ci sono fra l’equitazione attuale, moderna, come è conosciuta da tutti (A), e l’equitazione classica così come è concepita dalla Scuola della Leggerezza di Philippe Karl (B).

Le mani:

A) Devono rimanere basse, fisse e vicine fra di loro;
B) Sono separate fra di loro tanto quanto lo sono i gomiti e all’occorrenza si alzano per chiedere una flessione, una mezza fermata, ecc. ;

Le gambe:

A) Devono essere sempre attive per mantenere l’impulso e attivare i posteriori;
B) Con il cavallo in movimento devono rimanere tranquille, usando la frusta per richiamare il cavallo ad avanzare quando esso rallenta;

L’assetto (o peso del corpo):

A) Deve andare dove è piegato il cavallo, ad esempio nella spalla in dentro sulla pista il peso è all’interno;
B) Deve andare dove il cavallo va, ad esempio nella spalla in dentro sulla pista il peso è all’esterno;

Se il cavallo non avanza:

A) Bisogna usare le gambe più forti e eventualmente utilizzare gli speroni;
B) Bisogna aiutarsi con la frusta e dare la “lezione alla gamba”;

Si rallenta e si ferma il cavallo:

A) Con le gambe attive e la mano bassa che resiste e si oppone;
B) Solo con le mani, verso l’alto, eventualmente rilevando l’incollatura (cambio di equilibrio) ;

Per girare si utilizzano:

A) La gamba interna alla cinghia che agisce, la gamba esterna arretrata, la mano interna tira indietro dolcemente, la mano esterna cede;
B) la redine interna d’apertura e esterna d’appoggio, niente gambe;

I passi indietro si fanno:

A) Agendo con le gambe leggermente arretrate che spingono su una mano bassa e attiva che induce il cavallo, non potendo avanzare, ad arretrare;
B) Con le gambe leggermente arretrate che non agiscono (codice)e le mani verso l’alto che invitano il cavallo ad arretrare, eventualmente rilevando l’incollatura;

La mezza fermata si ottiene:

A) Con un’azione simultanea di mani, gambe e assetto;
B) Solo con le mani , verso l’alto;

La flessione laterale dell’incollatura si ottiene:

A) Con la gamba interna che piega il costato del cavallo (e di conseguenza anche l’incollatura si piega) e la gamba esterna che controlla il posteriore, con una mano interna attiva e una redine esterna che controlla il piego;
B) Solo con la mano interna che agisce verso l’alto e l’esterna che resiste (niente gambe);

La messa in mano:

A) Giunge quando il cavallo,sollecitato con le gambe a portare i posteriori sotto la massa, si rileva col treno anteriore,e l’impulso che passa attraverso il dorso arriva alla mano bassa e fissa, che lo riceve;
B) È un procedimento che riguarda unicamente le mani, che agiscono verso l’alto (e mai da davanti a indietro) e parte dalla decontrazione della bocca e dalle flessioni laterali;

La riunione si ottiene:

A) Spingendo il cavallo da dietro in avanti con gambe attive su mani basse e ferme che resistono e impediscono al cavallo di avanzare;
B) Attraverso una ginnastica che comincia con la spalla in dentro e tutto il lavoro su due piste, i passi indietro, le transizioni elementari e poi quelle più complesse.

La lista non è esaustiva, ma è già sufficiente a comprendere quanto siano distanti l’equitazione insegnata in tutto il mondo, secondo le regole Fei e secondo gli Istruttori Federali che si trovano nei centri ippici di tutta Italia, e l’equitazione che fa capo alla Scuola della Leggerezza.

Quindi, se è vero che La Scuola della Leggerezza "non è il club delle mani alte”, come ho sentito ironicamente puntualizzare dallo stesso Karl ad uno dei suoi stage, è anche vero che non si tratta di un metodo da applicare una tantum o da praticare a seconda del cavallo che si monta, ma una vera e propria “filosofia che raggruppa concetti equestri chiari, efficaci e misurabili, che esclude il ricorso alla forza o ad artifici coercitivi,ma non scarta alcun tipo di cavallo si interessa a tutte le discipline equestri. Questa scuola si basa su una conoscenza approfondita del cavallo, si rimette in questione e si affina con i progressi in ogni campo (anatomia, fisiologia, locomozione, equilibrio, psicologia, etologia). Infine ha per obiettivo la valorizzazione del cavallo e il miglioramento del cavaliere, con una costante ricerca dell’efficacia nell’economia dei mezzi” (“Dérives du dressage moderne” ,P. Karl, ed. Belin, 2006)

domenica 22 agosto 2010

Problemi veterinari?

Quando un cavallo non lavora correttamente, magari presenta delle rigidità, sembra poco reattivo, oppure si difende, manifesta contrarietà alla mano, ecc., spesso si invoca l’intervento del veterinario, o comunque di uno specialista, qualcuno che non partecipa attivamente al lavoro quotidiano, anzi nemmeno lo vede.

Esami del sangue, controllo della schiena, controllo dei denti, per questo ed altro esistono schiere di veterinari, ma anche osteopati, dentisti, chiropratici, per risolvere, curare, controllare, analizzare, gestire, qualsiasi tipo di problema e di difficoltà fisica e psicologica.
Si fa tutto, per il bene dei cavalli, e ognuno può dare il suo contributo. Perché rinunciare all’intervento di uno specialista quando oggi la ricerca medica è avanzata, in farmacologia c’è tutto quello che serve per gestire le situazioni più difficili, dalle zoppie e dai mal di schiena cronici fino ai problemi psicologici e comportamentali?

Il problema è che il ricorso al veterinario o a una figura analoga è diventato un gesto automatico, istintivo, acritico. L’attività non si deve fermare, il problema va affrontato e risolto immediatamente, si attaccano gli effetti senza riflettere sulle cause, che molto spesso risiedono nel tipo di lavoro che si sta facendo fare al cavallo.
Infatti spesso, pur di non riconoscere che una difficoltà nel lavoro dipende da un limite tecnico, da un approccio sbagliato al cavallo, da una errata applicazione degli aiuti, si cerca un alibi di tipo veterinario per non dover cambiare nulla nel proprio modo di montare.

Il cavallo è rigido di posteriori o ha mal di schiena? Infiltrazioni e antiinfiammatori. Il cavallo non sopporta la mano del cavaliere? Fare subito i denti. Il cavallo non avanza, è pigro, sembra sempre stanco? Esami del sangue. Il cavallo non flette l’incollatura? Visita dell’osteopata. E così via.
Il fatto è che 9 volte su 10 la causa del problema è legata a un lavoro sbagliato sul cavallo, e l’equitazione attuale, moderna, ufficiale, che si insegna normalmente nei maneggi, nei club ippici, nell’ambiente agonistico, è perfetta per creare questo tipo di problemi.
Usare mani e gambe insieme, tenere le mani basse e ferme, l’uso continuo delle gambe, l’incappucciare, sono solo alcune delle applicazioni tecniche che portano il cavallo a essere fuori equilibrio, costantemente contratto, legato, ansioso e infine esasperato. A queste si aggiungono l’utilizzo di imboccature forti, di redini ausiliarie di tutti i tipi, di chiudibocca stretti e chi più ne ha più ne metta.
Tutto ciò provoca dolori, spossatezza, infiammazioni articolari, rigidità di ogni tipo, e a lungo andare patologie croniche difficili da recuperare, anche senza fare cento salti o 90 km. di galoppo sostenuto al giorno.

La vera equitazione classica ha, fra i suoi obiettivi, quello di preservare il cavallo da inconvenienti fisici e psicologici, prevenendo qualsiasi tipo di infortunio, pur sottoponendo il cavallo stesso ad un lavoro di alta intensità e qualità, dal lavoro di ginnastica del cavallo giovane fino al conseguimento delle arie più difficili del dressage passando attraverso il salto ostacoli. Equitazione che non trova spazio nella maggior parte degli ambienti equestri attuali, perché conviene a tutti che i cavalli si facciano male o diventino impossibili da montare, in quanto questo favorisce il cambio di cavallo e dunque il commercio dei cavalli stessi, al quale la maggior parte degli istruttori tengono molto.
D’altra parte sono davvero pochi i veterinari che, quando visitano un cavallo, prima di infiltrare e di somministrare farmaci, invitano il cliente proprietario del cavallo a cambiare maniera di montare. Sono pochi perché il cliente normalmente non vuole sentirselo dire e il veterinario… vuole tenere il cliente.

Immaginare se tutti i cavalli, ma veramente tutti, funzionassero sempre, non avessero quasi mai problemi fisici e/o psichici, come dovrebbe essere nello stato normale delle cose: tutto il business attorno al quale girano veterinari e specialisti di ogni genere (anche i maniscalchi), case farmaceutiche, venditori di integratori e unguenti miracolosi, ditte costruttrici di aggeggi vari e imboccature…tutti dovrebbero chiudere i battenti!
Se la figura del veterinario è insostituibile in alcuni casi (vedi coliche importanti, traumi di vario tipo, o più banalmente nel caso di somministrazione di vaccini e vermifughi) non si può eleggerla a partner costante del lavoro quotidiano.

In passato ho sentito una nota campionessa italiana di dressage sostenere che il successo nell’addestramento del cavallo si ottiene quando, prima di tutto, hai un buon veterinario che ti assiste. Una vera ammissione di incapacità personale e di inadeguatezza dei propri principi equestri.
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