giovedì 11 agosto 2011

Lo scandalo di Lexington

Campionati del Mondo di Lexington, nel Dressage Adelinde Cornelissen, durante il Grand Prix valevole per la gara a squadre, si presenta in rettangolo con il suo Parzival. Ecco una cronaca dell'evento:

"...disavventura capitata ad Adelinde Cornelissen: durante la sua ripresa l’amazzone olandese è stata fermata dalla giuria e quindi eliminata quando il suo cavallo Jerich Parzival ha cominciato a sanguinare dalla bocca.
In realtà nulla di grave: “Il cavallo si è semplicemente morso la lingua”, ha spiegato poi Adelinde Cornelissen, “e ha smesso di sanguinare già sulla via della scuderia. Sono molto dispiaciuta ovviamente, ma allo stesso tempo felice che nulla di grave sia accaduto a Parzival.
Diciamo però che nella mia vita ho vissuto giorni migliori!”, ha chiuso l’olandese dando prova di grande sportività e senso dell’umorismo. Stephen Clarke, presidente della giuria, ha detto: “Probabilmente il peggior momento della mia carriera di giudice. Ero così sconvolto dopo aver dovuto prendere una decisione del genere che ho pensato di avere un secondo infarto”, ha scherzato il britannico riferendosi a sua volta con grande senso dell’humour all’attacco di cuore – vero – di cui rimase vittima qualche tempo fa.
“Adelinde Cornelissen è stata meravigliosa, si è comportata da vera professionista”, ha continuato Clarke, “nonostante una cosa del genere si sia presentata come una specie di devastante fulmine a ciel sereno”. Wojtek Markowski, polacco, delegato tecnico della Fei, ha spiegato: “La regola è chiara, ed è stata scritta e stabilita per garantire il benessere dei cavalli: il sanguinamento dalla bocca, per qualunque ragione e in qualunque misura, determina l’eliminazione”. Quindi tutto il peso del mondiale a quel punto è finito sule spalle del secondo binomio olandese della giornata: Edward Gal e Totilas..."

E' passato quasi un anno da questo evento, ma vorrei fare delle considerazioni che ritengo ancora attuali.

Un cavallo che sanguina dalla bocca non è così normale come le cronache (come quella di cui sopra) vogliono farci immaginare. Non ho mai visto un cavallo che si morsica la lingua fino a farla sanguinare...in natura, nei giochi coi compagni ,quando mangia, anche quando ha una discussione con un suo simile questo non succede mai. Nemmeno quando è montato succede, ma qui subentrano ben altri meccanismi. L'imboccatura appoggia sulla lingua, e la quasi totalità dei problemi che i cavalli hanno con le mani del cavaliere dipende da questo apparentemente insignificante particolare: tutti si preoccupano di non offendere le barre, quando è invece della lingua che bisogna preoccuparsi. Organo molto innervato e vascolarizzato, quando la mano del cavaliere agisce andando da avanti a indietro, o semplicemente resistendo con un contatto duro, per il cavallo sono dolori, e grossi. Lui non urla, non guaisce, non impreca, al massimo serra la bocca, e questo sembra anche una buona cosa, ma in verità oltre il 90 % delle difese del cavallo deriva proprio dal dolore generato dall'imboccatura sulla lingua.

Quando questo tirare sulla bocca e sulla lingua diventa sistematico, metodico, continuo, ossessivo e terribilmente duro ecco che si arriva all'inimmaginabile. Dopo lo scandalo delle "lingue blu" di qualche anno fa, a causa di alcuni video apparsi su You Tube che destarono sensazione, tanto da provocare l'indignazione di una buona parte del pubblico del Dressage internazionale, ecco in diretta mondiale uno scandalo peggiore, che si è tentato subito di minimizzare, di banalizzare, al punto da inventare la barzelletta del cavallo che si morde accidentalmente la lingua.
In effetti di scandalo non è sembrato trattarsi, i media sull'argomento hanno glissato parecchio pur non potendo non raccontare il fatto ma, ingenuamente o subdolamente, non si è portata l'attenzione sulla cosa più evidente di tutta questa faccenda, e cioè che la Cornelissen ha esagerato in campo prova ed è riuscita a spaccare la lingua di quel povero cavallo, quand'anche non l'avesse fatto nei giorni precedenti. Incappucciamento sistematico, tensione prolungata di morso e filetto, seghettamenti vari, redini fisse alla corda o nel box, e il gioco è fatto.
Un fatto che in certi ambienti della monta western, oppure della cosiddetta Alta Scuola Spagnola, si verifica spesso. Alcuni quarter horse "addestrati" con sistemi poco ortodossi e certi andalusi che vengono dalla Spagna (e non solo) presentano tagli terribili sulla lingua, quando non addirittura la lingua mozzata...
Il Dressage dovrebbe essere la specialità per eccellenza che, preservando i princìpi classici equestri, dovrebbe preservare anche la salute e il benessere dei cavalli, e quindi anche queste cose (si veda l'"Happy Horse" della Fei). Chiedere a Parzival a questo proposito. Ovviamente, si tratta della fiera dell'ipocrisia.

Ma non è finita qui. Recentemente la Commissione Fei del Dressage sta approvando, se già non l'ha fatto, una variazione al Regolamento secondo la quale, se il Presidente di Giuria dovesse ravvisare la presenza di sangue in bocca al cavallo, come appunto è successo a Lexington, all'ingresso in campo gara, in realtà non si tratta più di squalifica, ma si rimanda il cavallo in campo prova e, dopo accurata visita veterinaria, se il veterinario dà l'ok, questo può tornare in campo gara come se nulla fosse successo.
Vergogna!

In effetti al signor Stephen Clarke stava venendo un secondo infarto non perchè ha visto del sangue, cosa che sarebbe umanamente comprensibile per chi ha a cuore la salute del cavallo, ma perchè è stato costretto a squalificare una concorrente che a tavolino probabilmente avevano già deciso che sarebbe salita sul podio!
Avesse potuto fare finta di niente lo avrebbe fatto, così come fanno normalmente i Giudici quando vedono in rettangolo cavalli incappucciati, tirati in bocca, spolpati ai fianchi dagli speroni, che fanno passo ambiando e piaffer sulle spalle, e nonostante ciò continuano a dare gli otto e i nove.

Il Dressage moderno sta tentando di salvare la faccia e di rifarsi il trucco con fenomeni mediatici come Totilas, un cavallo, anche lui vittima del sistema, che è servito per ridare slancio e credibilità a una disciplina che non ne ha più.
Ma finchè accadono questi episodi c'è poca speranza.

domenica 17 luglio 2011

La comprensione degli aiuti

Quando termino il lavoro quotidiano con il mio cavallo, lui esce dal campo rilassato, perché ha una buona condizione fisica, perché ha lavorato decontratto, perché si è impegnato fisicamente ma soprattutto mentalmente. Non dico che sia fresco come una rosa come quando ha cominciato (dipende anche da quello che faccio) ma certamente l'aria è quella di chi ha passato una mezz'ora o un'ora piacevolmente.
Questo capita anche ai miei allievi, ovvero ai loro cavalli, almeno alla maggior parte.

Chi vede questi cavalli dopo il lavoro pensa che, obiettivamente, quello che fanno non può essere così impegnativo, e comunque si tratta di cose fatte all'acqua di rose, giusto per passare il tempo. L'aria rilassata non si addice a un cavallo che ha dato il meglio di sè e si è impegnato a fondo nel lavoro, che sia in piano o sui salti, è questa l'idea di fondo. Eppure morfologicamente questi cavalli diventano, anno dopo anno, sempre più belli. E, fortunatamente, sempre più bravi.
In effetti l'equitazione moderna, sportiva in particolare, richiede un lavoro muscolare basato su un notevole chilometraggio ad andature sostenute, per potere fiaccare le resistenze del cavallo, poter avere un certo controllo, e anche una collaborazione che spesso all'inizio non c'è finché il cavallo è fresco fisicamente. Insomma l'idea è che comunque se, alla fine del lavoro, il cavallo schiuma, ansima, ha gli occhi fuori delle orbite e le narici dilatate, significa che il lavoro stesso ha dato i suoi frutti... o dovrà darli.

Molti miei colleghi istruttori (e i loro allievi) sono in effetti convinti che quello che faccio e faccio fare ai miei allievi in un certo senso non sia vera equitazione, perché non si notano nei nostri cavalli questo tipo di sforzi, di contrazioni fisiche muscolari (considerate da loro positive), di vera e propria ansia nell'espressione.

Si è completamente perso di vista il fatto che l'equitazione è una successione di elementi da apprendere da parte del cavallo, cominciando dal linguaggio degli aiuti, cioé il significato della mano (cessione della mascella, mezza fermata, azione-reazione, ecc.), e quello delle gambe (con l'aiuto della frusta, risposta in avanti immediata alla loro pressione leggera). Prime lettere dell'alfabeto che danno luogo a elementi più complessi, come la parola (transizioni semplici, lavoro su due piste) e la frase (cambi di galoppo, transizioni complesse, riunione). Niente di muscolare, di fisicamente probante, con ripetizioni ossessive di esercizi e trottate e galoppate estenuanti. Solo una comprensione chiara di quello che gli si chiede, perfezionando la comunicazione attraverso un linguaggio il più possibile "equino".

Per esempio, se il mio cavallo non flette l'incollatura a destra ed io mi metto a trottare nel circolo a mano destra mezz'ora o più, con la gamba destra alla cinghia che spinge e la mano destra bassa e fissa che "resiste", faccio un lavoro di ripetizioni ossessive di circoli, di estenuante pseudo-ginnastica, di endurance da maneggio, il tutto per portare il "malvolenteroso" cavallo a concedere questa maledetta flessione dell'incollatura tanto agognata.
Ma se io, con lo stesso cavallo, agisco sulla sua bocca dal basso verso l'alto con la redine interna (per non agire da avanti a indietro sulla lingua, organo sensibile che, se schiacciato, genera dolore), e faccio questo prima da fermo, poi al passo e poi al trotto (magari avendogli spiegato il significato della mano da terra), senza usare assolutamente la gamba interna (che per il cavallo non ha significato finché non gliene si dà uno), arrivo a ottenere un risultato migliore senza sprecare energie fisiche e nervose, senza fare trentamila circoli al trotto, senza aver bisogno di chiudibocca, redini di ritorno e quant'altro.

Non è l'esercizio (circolo a mano destra al trotto di lavoro, come in questo caso) che porta il cavallo a dare la flessione a destra, ma è la comprensione della mano del cavaliere che lo porta docilmente e senza sforzo, oltre che senza battaglie, a questo.

Si dimentica che il cavallo ha un cervello, e apprende allo stesso modo di un bambino che a scuola dispone un/una maestro/a paziente che spiega, corregge, ricompensa, andando dal facile al difficile, dal semplice al complicato. L'idea generale invece è che il cavallo debba fare questo, debba fare quello ("il cavallo DEVE", quante volte si sente questo), non importa come, basta che lo faccia. L'insegnamento generalmente viene portato avanti come se al bambino di cui sopra gli si insegnasse l'alfabeto e le prime parole a suon di bacchettate sulla schiena, legandolo alla sedia e imbavagliandolo.

Tutto ciò è anche il risultato di un'equitazione che vede nella competizione la sua massima espressione (di per sè non una cosa negativa), là dove la competizione stessa, nel corso di almeno un secolo, ha portato progressivamente i cavalieri alla logica del fine che giustifica i mezzi, non importa quali essi siano. Inoltre ha creato una subcultura che richiede meno conoscenza dei metodi più logici e naturali per addestrare un cavallo che ci hanno tramandato i grandi uomini di cavalli del passato, e invece una conoscenza sempre più approfondita delle imboccature e delle redini ausiliarie di tutti i tipi, dei prodotti  farmacologici, e dei trucchi più scellerati per obbligare i cavalli a fare qualcosa che ormai loro non vogliono più fare.

venerdì 15 aprile 2011

Il segno dei tempi

Un concorso ippico, un percorso di salto ostacoli, il cavallo che prende la mano, l’amazzone che cerca disperatamente di controllarlo, lui che parte un tempo prima, lei appesa, lui che cade dentro un largo, lei espulsa con veemenza dalla sella, entrambi a terra, barriere e pilieri da tutte le parti, lei si rialza, lui no. Il cavallo ha battuto la testa e ha rotto l’osso del collo. Il cavallo è morto.

Una scena inconsueta ma non per questo priva di gravità, una scena terribile raccontata dalla penna di Umberto Martuscelli, da un articolo su “Cavallo Sport”(Febbraio 2011). Che continua così:

“…saltare un ostacolo può essere pericoloso. Per il cavaliere, per il cavallo.
Con una differenza, però: il cavallo non sceglie di saltare, lui lo fa perché noi lo induciamo a farlo. Ecco perché nei suoi confronti il rispetto di tutti noi esseri umani deve essere centuplicato: vedere un cavallo a terra morto perché un salto o un insieme di salti non sono stati affrontati nel modo giusto (giusto per il cavallo e giusto anche per il cavaliere, s’intende: che la scena sopra descritta per un nulla non è terminata con una doppia tragedia… ) è un atto di accusa che si ritorce contro di noi con una violenza perfino superiore a quella che ha spaccato il collo di quel povero animale.
Contro di noi e contro la nostra fretta, contro la nostra smania di accelerare tutto, di far fare cose a chi non è in grado di farle, contro la follia di un sistema che vuole alterare qualunque naturale equilibrio in nome del dio denaro e contro tutti quelli che questo sistema fanno vivere senza scrupoli o forse solo senza coscienza, senza competenza, senza intelligenza, istruttori che non sanno insegnare, genitori che non sanno educare, dirigenti che non sanno dirigere, ragazzi che non sanno pensare, contro tutto questo si è scagliata la violenza della morte di quel povero cavallo: lui a terra, morto, immobile, la sua vita finita e noi qui, a scrivere per raccontare la sua morte.
Una cosa deve essere chiara: montare bene non è facile, ma montare bene è la prima forma di rispetto nei confronti del cavallo e anche la prima forma di autotutela nei confronti di spiacevoli incidenti.
Non tutti possono montare bene: ma tutti dovrebbero essere in grado di capire se una certa cosa si è in grado di farla oppure no. O al più essere affiancati da qualcuno che sia in grado di capirlo. Ma di capirlo veramente.”

Già, montare bene. A questo proposito ancora un estratto da un altro suo articolo che potrebbe essere la continuazione naturale di questo (Cavallo Sport, 2010):

“…oggi un allievo non finisce la prima ora di lezione alla corda che già gli si compra la giacca da gara… Il drammatico equivoco di fondo oggi è questo. Oggi si intende moderno e al passo con i tempi parlare di cose senza considerarne le premesse. In sostanza: è del tutto inutile preoccuparsi di linee, distanze, imboccature, redini e controredini se il mio allievo non sta in sella.
E’ più importante il numero di passi all’interno di una dirittura o la giusta inforcatura? E’ più importante scegliere l’imboccatura o saperla usare? Dobbiamo ammetterlo: oggi in Italia i ragazzi montano mediamente male. A livello proprio di base, a livello elementare.
Ma siccome il mercato impone le sue regole – i centri devono aumentare il numero di patentati, i concorsi il numero degli iscritti, i commercianti quello dei cavalli venduti, i trainer privati quello dei cosiddetti clienti, e via discorrendo – ecco allora che bisogna accelerare.
Accelerare tutto: un ragazzo va in concorso prima ancora di capire cosa è l’equitazione, compra un cavallo prima ancora di capire quanto costa, passa al livello superiore prima ancora di aver vinto qualcosa a quello inferiore, diventa a sua volta istruttore prima ancora di aver imparato qualcosa…
Questa è la realtà. E l’effetto purtroppo è sotto gli occhi di tutti. Parlare del giusto assetto e del tallone basso e della corretta inforcatura non vuol dire essere vecchi e antiquati e polverosi e rimbambiti: vuol dire al contrario parlare di qualcosa che serve per montare meglio e – quindi – per ottenere migliori risultati.
Tecnica non vuol solo dire “ho fatto sei tempi invece di sette”: vuol dire prima di tutto essersi impadroniti degli strumenti giusti. Ma prima quello che viene prima, e dopo quello che viene dopo…”

E’ bello che queste parole vengano da un profondo conoscitore degli sport equestri e del salto ostacoli nazionale e internazionale come Umberto Martuscelli, giornalista di dichiarata fama, speaker ufficiale dei più grandi eventi equestri che si svolgono in Italia.
E’ bello perché si tratta di qualcuno che vive dentro alle problematiche di questo sport, che vive delle cose di questo sport, ma è qualcuno che si mette una mano sulla coscienza e pensa seriamente a quanto di malato c’è in questo “sistema”,con le sue regole, i suoi tempi, le sue logiche, che non sono per niente le regole, i tempi, le logiche dei cavalli e della qualità dell’insegnamento e dell’addestramento.

Perché non si sa più quali sono i tempi giusti di lavoro, per il cavallo e per il cavaliere, quali sono le regole naturali che governano i comportamenti dei cavalli, quali sono le logiche in una progressione di lavoro dove si dovrebbe andare dal facile al difficile, dal semplice al complicato. In un mondo dove l’ignoranza (l’arte di ignorare le cose) la fa da padrona, un mondo fatto di “ istruttori che non sanno insegnare, genitori che non sanno educare, dirigenti che non sanno dirigere, ragazzi che non sanno pensare”.Un mondo che è un po’ lo specchio dei tempi in cui viviamo.

Perché “montare bene non è facile, ma montare bene è la prima forma di rispetto nei confronti del cavallo”,là dove la parola rispetto è sulla bocca di tutti, anche di quei pseudo-professionisti che non fanno un minimo sforzo per migliorare le proprie competenze.

Questo è un sistema che crea gente “senza coscienza, senza competenza, senza intelligenza”, un sistema dove i cavalli sono i primattori e al tempo stesso le vittime innocenti e inconsapevoli.

lunedì 1 novembre 2010

Au revoir, Monsieur Karl

Era il giugno del 1999, a casa del dott. Mazzoleni (oggi e anche allora Presidente della Siaec) ebbi l’onore di incontrare un ex ecuyer del Cadre Noir della scuola di Saumur, diventato famoso negli anni appena trascorsi soprattutto per le gesta del suo stallone lusitano Odin: Monsieur Philippe Karl. Un personaggio che al primo impatto non mi destò particolare simpatia, capiva l’italiano ma non sembrava minimamente che si sforzasse di parlarlo. Mi ricordo questo particolare perché ne ero quasi infastidito, in realtà egli aveva ancora difficoltà a esprimersi correttamente. In ogni caso, da modesto istruttore di salto ostacoli, aspirante cavaliere di lavoro in piano, affamato di sapere, cultura equestre, nozioni, e tutto quanto poteva farmi crescere, sono riuscito in qualche modo a interagire con lui e a scambiare due parole. Mi pare che in quel frangente l’argomento verteva su Caprilli e l’eredità dei suoi insegnamenti.


Il giorno dopo assistetti per la prima volta alle sue lezioni. Dopo una prima fase di smarrimento in cui capivo poco o nulla di quello che succedeva in campo, mi resi quasi subito conto che il lavoro che proponeva ai suoi allievi non aveva niente in comune con quello che avevo visto fino a quel momento. Soprattutto un particolare mi saltò all’occhio: i cavalli degli allievi, montati da lui, cambiavano immediatamente in meglio, nel giro di pochi minuti, atteggiamento e andature, e alla fine della lezione anche con i propri cavalieri gli stessi cavalli non erano nemmeno parenti lontani di quelli che si vedevano all’inizio. Evidentemente il lavoro funzionava!

Dal punto di vista tecnico, spiccava questo strano uso della mano alta per chiedere la flessione laterale. Un aspetto del lavoro per me particolarmente ostico, riuscire ad arrotondare l’incollatura del cavallo, senza incappucciarlo e senza trovarmi quasi sempre con atteggiamenti di difesa o di contrarietà, vedeva in questo particolare tecnico una via d’uscita. Finalmente! Ho pensato subito che, a dispetto del personaggio, non un campione di cordialità ( si trattava di timidezza, strano ma vero) e nemmeno un tipo particolarmente coinvolgente, valeva la pena seguirlo e imparare più cose possibili da lui.

“Il maestro arriva quando l’allievo è pronto” dice un proverbio buddista, ed io ero pronto al cento per cento per lanciarmi nell’avventura della Leggerezza, che in quella calda giornata di inizio estate nella periferia di Milano mi si presentò come una visione.

Sono passati 11 anni da allora, e ne sono più di venti che Philippe Karl frequenta l’Italia, tenendo lezioni e stage. Ha passato molto tempo da noi, riscuotendo interesse e attenzione da parte di centinaia di appassionati, cavalieri, istruttori dalle estrazioni più diverse. Ma alla fine di tutti questi anni, coloro che veramente seguono i suoi insegnamenti sono relativamente pochi. All’estero, nei paesi dalla cultura equestre superiore alla nostra, come la Germania o la Svizzera, esistono schiere di istruttori e di cavalieri che adottano la sua filosofia e montano con le sue indicazioni tecniche. Per intenderci, in Germania si contano 21 istruttori diplomati della Scuola della Leggerezza, contro i tre dell’Italia, mentre la Svizzera, molto più piccola, ne ha cinque.

Forse proprio per questo, e a causa del crescente interesse nei paesi anglosassoni per la sua Scuola (il prossimo anno inizieranno nuovi corsi della SdL in Inghilterra e in Canada), Karl ha riorganizzato i suoi impegni e ha deciso di chiudere con quest’anno la sua presenza nel nostro paese, affidando a uno dei suoi allievi Istruttori, Bertrand Ravoux, l’onore e l’onere di tenere i Corsi della sua Scuola in Italia.

Una grave perdita per chi conosce Karl e apprezza il suo straordinario lavoro e i suoi fantastici metodi di insegnamento che hanno rivoluzionato e stanno rivoluzionando a livello globale il modo attuale di concepire l’equitazione, riportandola ai fasti dei grandi Maestri del passato, dei quali Karl si può considerare un degno successore e a sua volta il più grande esponente a cavallo del secondo e terzo millennio.

Ma probabilmente gli italiani non lo meritano, ed è lo stesso Karl che mi ha dato conferma di questa impressione, l’ultima volta che ho avuto modo di parlare con lui, poco più di una settimana fa.

Non lo meritiamo, e così lo perdiamo. Au revoir, Monsieur Karl.

sabato 25 settembre 2010

Il club delle mani alte

Molta gente è convinta che la Scuola della Leggerezza si identifichi nell’uso delle mani alte, come se questa fosse l’unica cosa che la differenzi dall’equitazione tradizionale, moderna, attuale. Molti sono anche convinti che il cavaliere della SdL passi il suo tempo in sella a tenere le mani alte sventolandole da tutte le parti.


Vediamo le differenze, in merito agli aspetti tecnici più evidenti e significativi, che ci sono fra l’equitazione attuale, moderna, come è conosciuta da tutti (A), e l’equitazione classica così come è concepita dalla Scuola della Leggerezza di Philippe Karl (B).

Le mani:

A) Devono rimanere basse, fisse e vicine fra di loro;
B) Sono separate fra di loro tanto quanto lo sono i gomiti e all’occorrenza si alzano per chiedere una flessione, una mezza fermata, ecc. ;

Le gambe:

A) Devono essere sempre attive per mantenere l’impulso e attivare i posteriori;
B) Con il cavallo in movimento devono rimanere tranquille, usando la frusta per richiamare il cavallo ad avanzare quando esso rallenta;

L’assetto (o peso del corpo):

A) Deve andare dove è piegato il cavallo, ad esempio nella spalla in dentro sulla pista il peso è all’interno;
B) Deve andare dove il cavallo va, ad esempio nella spalla in dentro sulla pista il peso è all’esterno;

Se il cavallo non avanza:

A) Bisogna usare le gambe più forti e eventualmente utilizzare gli speroni;
B) Bisogna aiutarsi con la frusta e dare la “lezione alla gamba”;

Si rallenta e si ferma il cavallo:

A) Con le gambe attive e la mano bassa che resiste e si oppone;
B) Solo con le mani, verso l’alto, eventualmente rilevando l’incollatura (cambio di equilibrio) ;

Per girare si utilizzano:

A) La gamba interna alla cinghia che agisce, la gamba esterna arretrata, la mano interna tira indietro dolcemente, la mano esterna cede;
B) la redine interna d’apertura e esterna d’appoggio, niente gambe;

I passi indietro si fanno:

A) Agendo con le gambe leggermente arretrate che spingono su una mano bassa e attiva che induce il cavallo, non potendo avanzare, ad arretrare;
B) Con le gambe leggermente arretrate che non agiscono (codice)e le mani verso l’alto che invitano il cavallo ad arretrare, eventualmente rilevando l’incollatura;

La mezza fermata si ottiene:

A) Con un’azione simultanea di mani, gambe e assetto;
B) Solo con le mani , verso l’alto;

La flessione laterale dell’incollatura si ottiene:

A) Con la gamba interna che piega il costato del cavallo (e di conseguenza anche l’incollatura si piega) e la gamba esterna che controlla il posteriore, con una mano interna attiva e una redine esterna che controlla il piego;
B) Solo con la mano interna che agisce verso l’alto e l’esterna che resiste (niente gambe);

La messa in mano:

A) Giunge quando il cavallo,sollecitato con le gambe a portare i posteriori sotto la massa, si rileva col treno anteriore,e l’impulso che passa attraverso il dorso arriva alla mano bassa e fissa, che lo riceve;
B) È un procedimento che riguarda unicamente le mani, che agiscono verso l’alto (e mai da davanti a indietro) e parte dalla decontrazione della bocca e dalle flessioni laterali;

La riunione si ottiene:

A) Spingendo il cavallo da dietro in avanti con gambe attive su mani basse e ferme che resistono e impediscono al cavallo di avanzare;
B) Attraverso una ginnastica che comincia con la spalla in dentro e tutto il lavoro su due piste, i passi indietro, le transizioni elementari e poi quelle più complesse.

La lista non è esaustiva, ma è già sufficiente a comprendere quanto siano distanti l’equitazione insegnata in tutto il mondo, secondo le regole Fei e secondo gli Istruttori Federali che si trovano nei centri ippici di tutta Italia, e l’equitazione che fa capo alla Scuola della Leggerezza.

Quindi, se è vero che La Scuola della Leggerezza "non è il club delle mani alte”, come ho sentito ironicamente puntualizzare dallo stesso Karl ad uno dei suoi stage, è anche vero che non si tratta di un metodo da applicare una tantum o da praticare a seconda del cavallo che si monta, ma una vera e propria “filosofia che raggruppa concetti equestri chiari, efficaci e misurabili, che esclude il ricorso alla forza o ad artifici coercitivi,ma non scarta alcun tipo di cavallo si interessa a tutte le discipline equestri. Questa scuola si basa su una conoscenza approfondita del cavallo, si rimette in questione e si affina con i progressi in ogni campo (anatomia, fisiologia, locomozione, equilibrio, psicologia, etologia). Infine ha per obiettivo la valorizzazione del cavallo e il miglioramento del cavaliere, con una costante ricerca dell’efficacia nell’economia dei mezzi” (“Dérives du dressage moderne” ,P. Karl, ed. Belin, 2006)
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